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Mamme nel pallone, un fenomeno antropologico. Scopriamole insieme

Editoriale

Sguardi amorevoli e urla vichinghe. Ansie apocalittiche e gioie dionisiache. Commenti improbabili, la borsa da fare e disfare, panini da offrire a fine gara. Spettatrici, intenditrici, tifose, occasionali, completamente casuali: qualsiasi sia la loro categoria, le mamme nel pallone sono un fenomeno antropologico. Meritano attenzione, il calcio vive anche (e soprattutto) grazie a loro.
Vive nell’amore sconfinato per i figli, che spesso le porta in dimensioni parallele a quelle in cui sarebbero abituate a trascorrere le loro giornate. Parlarne è un piacere e un dovere morale. Perchè la mamma nel pallone spesso il calcio non vorrebbe sapere meno cos’è. Uno sport di tendenza violento, dagli impegni pressanti, dalle trasferte lunghe. Accettare una passione simile dei figli, è difficile. Ci vuole un cuore enorme, grande così.
C’è la mamma che torna dal lavoro e vorrebbe riposare. Invece prepara la merenda al figlio e lo porta all’allenamento, magari zigzagando nel traffico, come spesso succede nelle ore di punta. C’è quella che a una certa ora meriterebbe il riposo notturno. Invece resta sveglia, per sorridere al pargolo che torna stanco e affamato dalle sedute. Gli prepara la cena, lo accarezza, si concede a qualche chiacchiera. C’è quella che nel fine settimana farebbe di tutto invece che recarsi al campo sportivo. Invece va, si sforza di dare la propria vita per quella del proprio bimbo, socializza con le altre mamme, rincuora tutti indistintamente, che sia con belle parole o con un panino a fine gara. E poi c’è la mamma per eccellenza: quella che sogna un mondo pulito, e per il figlio, invece, naviga nello sporco. Terra, fango, erba, sabbia. Nelle case degli italiani il calcio porta di tutto. Borsoni zeppi di indumenti lerci di sudore e di sporco, da sciacquare prima, da lavare e rilavare poi. Per tre, quattro, cinque, sei volte la settimana. A volte anche ogni giorno.
Eppure loro ci sono, sempre. Vicino alla lavatrice, con lo stendino sempre pieno, la pasta in cottura nell’altra stanza, i doveri domestici lasciati a metà, il marito da accogliere a fine giornata. Hanno il dono dell’ubiquità: loro sì, che sono una spanna sopra. Magari sbuffano, a ragione. Ma ci sono, e il loro apporto è fondamentale. Forse senza mamme nemmeno esisterebbe il calcio. Almeno quello giovanile sarebbe dimezzato. Sono un pilastro portante, che merita una degna e sincera letteratura. Per merito loro c’è sempre la borsa pronta, il cambio a posto, le scarpe pulite, un accappatoio asciutto.
Chi è cresciuto ed è uscito di casa sa, in cuor suo, quant’è diversa (e dura), la vita del calciatore senza mamma al seguito. Arriva un giorno in cui bisogna staccarsi dal cordone ombelicale, è fisiologico, utile ed umano. Ma è un rito di passaggio che presenta davanti un conto enorme: il conto di anni di fatiche, lavaggi impossibili e asciugature improbabili, trasferte infinite e interminabili ritorni alla base.
Fatiche invisibili, ma vitali. Quando manca la mano materna ci si accorge subito. C’è sempre qualcosa che non va. E’ un dato di fatto.
Tuttavia, non è tutto oro quello che luccica. Lo sappiamo bene: ci sono le invadenti, le indisponenti, le presuntuose, le assenti. Quelle che “so tutto io”, le peggiori. Ma sono una piccola parte: l’umanità ha sempre un rovescio della medaglia. L’importante è che sia di poco conto. Così come lo è per il mondo delle mamme nel pallone.
Non abbiamo la pretesa di aver raccontato tutto di loro. Non è nel nostro stile. Ci premeva, per la prima volta, dar spazio, voce in capitolo e letteratura anche a loro.
Le mamme nel pallone: così invisibili, così presenti.

Fonte:
Riccardo Perandini - Calcio Dilettante Veronese


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